Mons. Stanislaw Rylko
Vescovo tit. di Novica
Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici
IL BEATO PIER GIORGIO FRASSATI: LA SANTITA' NEL QUOTIDIANO
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1. È molto
significativo che Giovanni Paolo II indichi la santità come esigenza
fondamentale che interpella la Chiesa in questo inizio di millennio.
Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, egli scrive: «E
in primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi
tutto il cammino pastorale è quella della santità [...].
Occorre allora riscoprire, in tutto il suo valore programmatico, il
capitolo V della Costituzione dogmatica Lumen gentium, dedicato
alla “vocazione universale alla santità”» (n. 30). Poi il Papa
spiega: «Se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio
attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito,
sarebbe un controsenso accontentarsi
di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica
e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: “Vuoi
ricevere il Battesimo?” significa al tempo stesso chiedergli: “Vuoi
diventare santo?”. Significa porre sulla sua strada il radicalismo del
discorso della Montagna: “Siate perfetti come è perfetto il Padre
vostro celeste” (Mt 5,48)». E conclude: «È ora di riproporre
a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana
ordinaria» (n. 31).
La vita di Pier Giorgio Frassati si iscrive perfettamente nella
visione della santità intesa come
“misura alta della vita cristiana ordinaria” e ne costituisce un
esempio di straordinaria forza attrattiva. Nasce a Torino il 6 aprile
1901 in una ricca famiglia borghese e muore il 4 luglio 1925, dopo
cinque giorni di sofferenze, per una poliomielite fulminante. Ha 24 anni
ed è a un passo dalla laurea al Politecnico. Il suo processo di
beatificazione viene aperto molto presto, nel 1932, e il 20 maggio 1990
Pier Giorgio è proclamato “Beato” da Giovanni Paolo II.
Chi era Pier Giorgio come persona e come cristiano? Il ritratto
della sua ricca e affascinante personalità ce lo offre il Papa stesso,
mettendo in risalto ciò che per il giovane Frassati fu veramente
essenziale: «Pier Giorgio Frassati [...] ci mostra al vivo che cosa
veramente significhi, per un giovane laico, dare una risposta concreta
al “Vieni e seguimi”. Basta dare uno sguardo sia pure rapido alla
sua vita , consumatasi nell’arco di appena ventiquattro anni, per
capire quale fu la risposta che Pier Giorgio seppe dare a Gesù Cristo:
fu quella di un giovane “moderno”, aperto ai problemi della cultura,
dello sport, poi alle
questioni sociali, ai valori veri della vita, ed insieme di un uomo
profondamente credente, nutrito del messaggio evangelico, solidissimo
nel carattere, coerente, appassionato nel servire i fratelli e consumato
in un ardore di carità che lo portava ad avvicinare, secondo un ordine
di precedenza assoluta, i poveri e i malati [...]. Era un giovane di una
gioia traboccante, una gioia che superava anche tante difficoltà della
sua vita, perché il periodo giovanile è sempre anche un periodo della
prova delle forze» (Discorso, 13 aprile 1980).
2. Dinanzi ai santi
non si può passare e rimanere indifferenti. I santi ci interpellano, ci
sfidano, ci invitano a porci interrogativi fondamentali sull’essenza
stessa della nostra vita. Soprattutto, i santi attestano di fronte al
mondo la verità delle parole che costituiscono il filo conduttore di
questo Meeting: “Tutta la vita chiede l’eternità”, cioè chiede
la pienezza, l’Assoluto. I santi come Pier Giorgio, poi, ci aiutano a
capire meglio che cosa voglia dire essere cristiani, essere
santi. Ci aiutano a cogliere il significato vero di queste
parole. In uno stereotipo popolare, oggi ancora abbastanza diffuso,
essere cristiani ed essere santi sono dimensioni percepite come due
realtà distinte e separate, come due diversi programmi di vita. Ma non
è così! Perché essere santi vuol dire precisamente essere cristiani,
cristiani fino in fondo. Detto in altri termini, vuol dire unità
profonda tra fede e vita. La santità – come dice il Papa – altro
non è che la “misura alta della vita cristiana ordinaria”.
Pier Giorgio lo aveva capito molto bene e il suo messaggio è
proprio questo. La sua vita era quella di un ragazzo “normale”, uno
studente universitario “normale”, un giovane cristiano
“normale”. L’attrattiva della sua santità risiede proprio in
questa “normalità”. E,
per così dire, egli ha avuto fortuna con i suoi biografi. A cominciare
dalla sorella Luciana, lungi dal farne un monumento, un ideale come
pietrificato, essi hanno saputo raccontarcelo vivo, giovane, normale.
La santità di Pier Giorgio, tipicamente laicale, si realizza nel
cuore del mondo, immersa nel quotidiano. Ma questa
“normalità” nulla ha a che fare con la mediocrità. Perché,
della quotidianità, Pier Giorgio sapeva vivere, spesso in maniera
eroica, anche i dettagli più piccoli e apparentemente insignificanti.
Era un giovane che amava scalare le vette non solo delle montagne, ma
anche della vita di ogni giorno. Era molto esigente con sé stesso, si
poneva traguardi alti e difficili, era sempre pieno di entusiasmo, di
passione e di interessi. Voleva
vivere la sua vita appieno. E ce la metteva tutta. La sua parola
d’ordine era: “Vivere e non vivacchiare”. Vivere, per lui, voleva
dire vivere da cristiano autentico e coerente, con Dio al centro della
vita. In una lettera confida a un amico: «La fede datami dal Battesimo
mi suggerisce con voce sicura: “Da te non farai nulla, ma se Dio avrai
per centro di ogni azione, allora arriverai fino alla fine”».
La vita di Pier Giorgio Frassati – un ragazzo “normale”–
ci dà anche un altro messaggio, che è un messaggio di speranza. I
nostri sembrano essere i giorni dei profeti di sciagure, alle cui
previsioni catastrofiche sul mondo e in particolare sul mondo dei
giovani si presta molto ascolto. Pier Giorgio con la testimonianza della
sua vita ci dice invece che i santi sono tra noi. Guardando al popolo
del Meeting di Rimini o pensando al popolo delle Giornate mondiali della
gioventù ad esempio, perché non
chiedersi quanti giovani simili a Pier Giorgio ci sono in queste folle?
Sono convinto che sono tanti! Perché sono tanti i giovani che prendono
sul serio il loro “essere cristiani” e ce la mettono veramente
tutta.
La fede di Pier Giorgio era una fede semplice, spontanea, che lui
viveva con un’attitudine di vera infanzia spirituale e che alimentava
con mezzi anch’essi semplici, “ordinari”: preghiera, rosario,
Eucaristia quotidiana, confessione frequente,
letture spirituali. È significativo che gli autori preferiti di
questo giovane universitario fossero sant’Agostino, santa Caterina da
Siena, san Tommaso d’Aquino. La sua fede e il suo impegno cristiano
sono maturati all’interno delle varie associazioni cattoliche di cui
faceva parte. Colpisce il numero di associazioni di cui era membro
attivo: l’Azione Cattolica, la Federazione degli Universitari
Cattolici (FUCI), la Conferenza di San Vincenzo, il Terz’Ordine
Domenicano, il Circolo Universitario Cesare Balbo. Fu poi lui stesso a
fondare, nella cerchia degli amici più intimi, la famosa “Società
dei tipi loschi”. Pier Giorgio aveva capito l’importanza di
un’appartenenza che faccia maturare e rinsaldi il senso dell’identità
dei battezzati, portando i cristiani a essere presenti in modo vigoroso
e incisivo nei propri ambienti di vita. Aveva capito l’importanza
della compagnia di amici che aiuta a crescere nella fede.
Nella realizzazione e nella difesa dei propri ideali sapeva
lottare ed essere intransigente. Aveva il coraggio di andare
controcorrente e di essere anticonformista già all’interno dalla
propria famiglia – borghese e liberale, alquanto indifferente dal
punto di vista religioso. Ma il suo anticonformismo non era una banale
ribellione giovanile. Era radicato nella fede. Come spiega Karl Rahner:
«Frassati è un cristiano, semplicemente e assolutamente nel modo più
spontaneo, come se fosse qualcosa di spontaneo per tutti. Egli ha la
forza e il coraggio di essere ciò che è non in opposizione alla
generazione dei suoi genitori, non per una prognosi e diagnosi della
cultura del tempo, o idee simili, ma per la realtà cristiana come tale:
che Dio c’è, che ciò che ci sostiene è la preghiera, che l’Eucarestia
nutre ciò che è eterno in noi, che tutti gli uomini sono fratelli e
sorelle» (Luciana Frassati, A Man of the Beatitudes, p. 12).
3. Una delle
caratteristiche che in Pier Giorgio colpiscono maggiormente è la
profonda unità tra la sua fede e la sua vita. Una unità che egli ha
vissuto in maniera spontanea e naturale. Si presenta come un cristiano
convinto, integrale e coerente, che non tradisce la propria fede
scendendo a compromessi di comodo con il mondo. La sua coerenza è
espressione di una personalità forte e matura, nonostante la giovane età.
Come cristiano sapeva essere sé stesso in ogni situazione, anche
difficile. Oggi, in modo particolare, dobbiamo guardare al suo esempio,
perché la cultura dominante genera personalità deboli,
“schizofreniche”, cioè interiormente divise e frammentate, incapaci
di impegnarsi fino in fondo. E perché la coerenza di vita costituisce
per i cristiani di oggi una delle sfide più difficili da
raccogliere.
Dall’unità tra fede e vita nasce in Pier Giorgio un chiaro e
forte senso della propria identità di cristiano. Egli vive il proprio
essere cattolico con grande naturalezza e con fierezza. In una delle sue
lettere scrive: «Ogni giorno di più comprendo quale grazia sia essere
cattolici». Per questo non dimostra complessi d’inferiorità di
fronte al mondo e di fronte alla cultura del suo tempo. E qui tocchiamo
un altro punto nevralgico. Ai nostri giorni, si diffondono sempre più modelli di vita cristiana “addolciti”, che non
disturbano e non danno fastidio a nessuno, perché chiusi nell’ambito
del privato. I cristiani sono sempre meno visibili nelle nostre società.
André Frossard, in uno dei suoi saggi, scrive
provocatoriamente che nel corso della storia il cristianesimo è
parso morire in molti modi, ma che si è dovuto aspettare il
ventesimo secolo per vederlo morire di paura. Paura dinanzi al mondo... (Défense
du Pape, pp. 17-22). I
battezzati hanno perso il coraggio di essere “segno di
contraddizione”, sale della terra, luce del mondo. Dobbiamo
riconquistare il coraggio e la fierezza di essere cristiani, «pronti
sempre a rendere conto della speranza che è in noi» (cfr. 1P
3,15).
L’unità tra fede e vita ha portato Pier Giorgio a un concreto
impegno cristiano nell’ambito sociale e politico. Nella sua vita non
c’è una separazione fra temporale
e spirituale. Ci teneva a essere presente nei punti nevralgici
dell’incontro tra fede e cultura, tra fede e
mondo. Partecipava attivamente alla vita del Politecnico e ha
preso parte a diverse battaglie in difesa della presenza cristiana
all’interno dell’Ateneo. All’età di 18 anni aderisce al Partito
Popolare Italiano di don Sturzo contro la tradizione liberale della sua
famiglia. Segue con vivo senso critico tutti gli avvenimenti più
importanti della sua epoca nel campo politico e sociale, soffrendo molto
per l’ascesa al potere del Partito fascista. Per difendere le sue idee
non esitava a correre rischi e ad esporsi in prima linea, anche se per
principio era contrario a ogni forma di violenza.
In particolare, Pier Giorgio aveva una sensibilità estrema per
la povertà e la sofferenza. Cercava di dare ai bisognosi
non solo cose – pur necessarie – ma sé stesso, cioè la sua
presenza, il suo tempo, la sua parola e il suo ascolto. Nel suo piccolo
portava un aiuto concreto, evitando così il rischio di intellettualismo
o di sentimentalismo. Faceva le sue opere di carità con grande
discrezione. È commuovente leggere che ancora un giorno prima della sua
morte, tra sofferenze inaudite, egli non dimentica i suoi poveri e con
caratteri appena leggibili scrive: «Ecco le iniezioni di Converso. La
polizza è di Sappa: l’ho dimenticata. Rinnovala a mio conto»... Solo
i suoi funerali riveleranno, lasciando sbalorditi famigliari e amici
completamente ignari, quanti poveri e malati conoscesse e soccorresse.
Dinanzi alla tentazione di una fede “disincarnata”, intimista e
racchiusa nel privato, Pier Giorgio ci incoraggia a fare una scelta
diversa, quella di una presenza incisiva – in quanto cristiani –
nella cultura, nel sociale, nel politico. È un esempio affascinante di fede calata nel sociale e nel
quotidiano. I cristiani hanno molto da offrire alla società e devono
trovare il coraggio necessario e la saggezza per poterlo fare.
4. Nel suo dialogo con i giovani il Papa parla spesso della
giovinezza come di una singolare ricchezza dell’uomo. Sembra che il
segreto della vita di Pier Giorgio stia proprio nel fatto che egli ha
saputo scoprire questa ricchezza, farla abbondare di frutti e
metterla al servizio di Cristo. È un santo giovane, pieno di
gioia e di esuberanza giovanile, di slancio e di entusiasmo, pieno di
ideali e di progetti. Voleva vivere e non vivacchiare. E ce la metteva
tutta. Per questo continua ad esercitare sui giovani d’oggi una grande
attrazione.
Giovanni Paolo II non cessa di incoraggiare i giovani a non aver
paura di diventare santi, a volare ad alta quota. E recentemente, nel
Messaggio per la XVII Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà
a Toronto nel 2002, egli ha scritto: «Cari giovani, nulla vi accontenti
che stia al di sotto dei più alti ideali! [...]. Se conservate grandi
desideri per il Signore, saprete evitare la mediocrità e il
conformismo, così diffusi nella nostra società». Non c’è quindi da
meravigliarsi che Pier Giorgio sia diventato “compagno di strada”
dei giovani durante le Giornate Mondiali della Gioventù, in maniera –
per così dire – naturale e spontanea. Un santo giovane come loro, un
santo moderno. L’hanno
scelto loro, come loro santo, come loro guida e modello! Il suo
centesimo compleanno, celebrato il 6 aprile scorso, ha dimostrato ancora
una volta quanti giovani in tutti i continenti siano attratti dal suo
esempio. Si moltiplicano le associazioni che si ispirano ai suoi ideali
di vita. Pier Giorgio continua a essere un grande dono per la Chiesa che
è entrata nel terzo millennio dell’era cristiana. Rimini, 22 agosto 2001
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