Conferimento Laurea alla memoria

a Pier Giorgio Frassati

Intervento Prof. Zich

   

L’evento che ci vede riuniti trascende la consueta cadenza degli impegni accademici. Il Politecnico per la prima volta conferisce una “laurea alla memoria” e la conferisce a Pier Giorgio Frassati nel centesimo anniversario della sua nascita.

Già nel 1990 il nostro Ateneo era stato sede di un convegno di studio sulla figura di questo giovane torinese, saldamente ancorato a valori universali e profondi, capace di viverli nella quotidianità. Ma in passato, in regime pre-Autonomia, il Ministero impediva il rilascio di un titolo post-mortem. Peraltro il Politecnico, proprio sulla spinta del caso Frassati, ha voluto superare tale impedimento ed ha sfruttato gli attuali margini di autonomia dotandosi di uno Statuto, emanato il 14.03.2000, che prevede l’istituto della “laurea alla memoria”.

Pier Giorgio Frassati fu studente di questo Politecnico tra il 1918 ed il 1925 e lasciò, per la specificità della sua esperienza culturale, sociale e spirituale, un’impronta che è sempre più viva col passare del tempo e che supera certamente l’ambito di questo Ateneo e di questa città.

        Permettetemi tuttavia di sottolineare il significato per il Politecnico dell’evento che stiamo celebrando.

Significato che scaturisce dai caratteri emergenti dell’Università dei nostri giorni.

Si è sviluppata, e si sta vieppiù consolidando, una nuova concezione sociale della formazione e della ricerca ora da interpretarsi come politiche dello sviluppo, per uno sviluppo fondato sulla coesione sociale.

Questo all’interno del processo di affermazione della ”Società della Conoscenza” in cui la conoscenza diventa non solo vantaggio competitivo per imprese, istituzioni e comunità locali, ma anche per le persone, per contrastare l’esclusione sociale, quindi proprio per assicurare coesione sociale.

Ne conseguono importanti implicazioni sul ruolo dell’Università, cui è richiesto di ripensare la formazione rafforzando i legami con la società, aumentando la capacità di comprendere i contesti, di integrare professionalità di diversa natura, di far dialogare i diversi saperi.

E’ l’immagine di una Università che fa dell’ “apertura alla (e sulla) società” uno dei suoi fondamenti.

E’ l’immagine di una Università profondamente innervata nella società, in cui i soggetti crescono in “sapere”, “saper fare” ma anche in “saper essere”.

E’ l’immagine di una Università che abbatte separatezze, non solo quelle tra accademia e mondo esterno, ma anche tra culture, quelle tecniche e quelle sociali, ma anche tra crescita professionale e umana.

Ebbene, Frassati, in un diverso contesto ed in un’Università profondamente diversa, sulla spinta delle sue sensibilità e dei suoi ideali, ha precorso queste linee. A partire dalle motivazioni della sua scelta di diventare ingegnere minerario, caratterizzata come scelta attenta al sociale, come volontà di intervenire nel sociale attraverso l’uso di una competenza tecnica acquisita nel miglior modo e con il maggior impegno possibile.

Pier Giorgio Frassati non si è mai prefigurato un ruolo di tecnico, cui è indifferente il contesto sociale nel quale opererà. Al contrario, scelse di diventare ingegnere proprio per poter migliorare la società e la vita degli uomini nella società.

Si è trattato di una posizione di avanguardia, essendo abbastanza singolare per il suo tempo, e in quanto tecnico in formazione, tener conto del fattore umano non solo in termini di efficienza ma anche di giustizia e di promozione, e ritenere che il modo migliore di svolgere la professione, cui si stava preparando, fosse da cercare proprio in questa capacità di integrazione tra preparazione tecnica e impegno sociale da maturarsi già nell’Università.

Eppure all’epoca l’Università ed il mondo esterno erano realtà disgiunte: l’Università era la sede dell’apprendimento del sapere, mentre la sede dello sviluppo del saper fare ma anche della crescita del saper essere sarebbe stato il luogo di lavoro e/o l’esercizio della professione. Questo comportava anche la teorizzazione della separatezza tra la formazione universitaria scientifico-tecnica e lo sviluppo delle competenze di integrazione e relazione demandate alla fase successiva agli studi.

La modernità di Frassati sta proprio in questo cercare di integrare interesse al sociale, costruzione di una professionalità tecnica e impegno pubblico: egli visse intensamente il rapporto con la realtà di questa città  secondo le opportunità offerte dalle risorse culturali e sociali  sue e della sua famiglia, dal suo ruolo di studente, dalle sue sensibilità.

      Espresse le sue attitudini senza risparmiarsi nell'associazionismo studentesco e politico, sperimentando quella capacità dialettica con le persone e con le istituzioni che sono un patrimonio importante per chi intende essere attore nelle scelte della società. E’ certamente molto significativo che nel suo nome si riconoscano oggi tanti giovani che uniscono allo studio e all’impegno sociale un forte senso di appartenenza all’Università e una partecipazione attiva alle scelte politico-gestionali della stessa.

Si poneva il problema della democrazia e della libertà. E riteneva che tutto questo pensare, lottare, agire, non fosse in contraddizione, ma anzi fosse essenziale secondo il suo modo di prefigurarsi la professione di ingegnere. Si preparava molto seriamente per essere un buon tecnico, ma riteneva di non poter mai perdere di vista l'uomo.

  Queste sono le ragioni dell'attualità di Pier Giorgio Frassati, che sono particolarmente evidenti per chi vi parla dal ruolo istituzionale ricoperto in questi anni, durante i quali non solo sono emerse nuove professionalità, ma anche un modo più ricco e complesso di strutturarsi delle professionalità tradizionali, in special modo tecniche, all’interno della società.

     Oggi è più che mai evidente che la tecnica, anche la più sofisticata, non può non tener conto dell'uomo come persona e come parte della società,  e non può sviluppare i propri obiettivi ritenendosi indipendente dalle vaste interazioni delle scelte e degli effetti.

     Io credo che questo discorso vada affrontato non solo sul campo della professione, come uno dei molti vincoli ormai ineludibili. Ritengo che debba far parte, e con pari dignità, anche del processo di formazione dell'ingegnere, per renderlo culturalmente formato a capire le ragioni della politica e della società, per renderlo preparato ad affrontare la complessità e le enormi responsabilità del tempo in cui vive.

     Solo questa ricchezza di formazione e questa flessibilità possono consentire all'ingegnere di essere protagonista nella società della conoscenza.

  E' quindi con grande rispetto che ricordo la figura di questo giovane studente la cui sensibilità, ricchezza di intuizione, capacità di lavoro e doti di comunicazione, erano presenti insieme ad un genuino entusiasmo per la sua futura professione.